Una raffinata messa in scena in nome di De Filippo
CATANIA - Là vita si può interpretare in due modi: o con l'affanno tragico di chi vi scopre le invincibili angosce del male o
con il sorriso accomodante di chi anche nelle situazioni più tristi riesce a vedere un motivo di allegria. Per un simmetrico gioco della sorte Eduardo e Poppino De Filippo scelsero due strade progressivamente contrapposte di teatralità: sofferta per il
primo, leggera e quasi farsesca per il secondo. E lo spieiato sguardo indagatore dell'uno ha coperto di ombra i guizzi di simpatia
mascherata dell'altro. Ma da qualche tempo anche i lavori di
Poppino trovano la strada delle sóene e degli applausi.
Così Gianni Scuto, per il cartellone di Sicilia Teatro (sotto la
dirczione artistica di Gaetano Mertoli) ha allestito al don Bosco
un «Non è vero, ma ci credo» con cui il più giovane dei De Filippo proponeva l'antica storia dello iettatore ritratta in un dolce-amaro atto unico già da Pirandello. Ma qui tutto è lieve: il
dramma dell'ignoranza umana che scopre arcani destini dove
non c'è nulla, che crea tragedie su semplici dicerie, diventa una lieta sarabanda di tipi: un commendatore (allegramente interpetrato da Nuccio Anastasi) superstizioso, credulone e di
buon cuore; un preteso iettatore (comicamente reso da Gaetano Di Benedetto) pieno di risorse espressive e di una mimica irresistibile; il condimento di figurine chiaramente caricaturali,
ma proprio per questo piacevolissime: un invito al buonumore. Silvana Nassetta ha disegnato la dattilografa un po' svampita e un po' scema; Concetto Venti ha dato vita all'innamorato che per raggiùngere i suoi scopi asseconda le manie del futuro suocero, fingendosi più ingeuo di quello che è, Maria Maugeri ha creato l'immagine della cameriera affettuosa e brontolona. Rosaria Ventura e Ludovica Castelli (rispettivamente nei
ruoli di moglie e figlia del protagonista) hanno proposto i volti della femminilità decisa sotto l'apparenza della docilità. Ma
soprattutto il regista si è divertito a trasferire sulle righe il suo
copione, facendone un esempio prezioso di ironia surreale, dove i personaggi si muovono come macchiette di quella finzione
continua che è la vita.
Il burattinaio è lui, il regista, che sottolinea gli effetti, che accentua il gesto e la parola e fa ridere di cuore sulla farsa inconsapevole della vita. E comprendiamo il senso vero della scelta
di Poppino, le cui maschere semplici, con il riso ingenuo colgono la verità non meno delle lacerazioni inferiori di Eduardo.
Si può capire la realtà anche ridendo. Applausi calorosi del
pubblico per le trovate comiche e per l'impegno della compagnia tutta (completata da Filippo Russo e Ernesto Calcagno).
Sergio Sciacca
LA SICILIA 7/2/2001
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